La danza lenta dell’ovvio
La politica fa un passetto avanti solo sulla giustizia
Nello stagno della politica italiana basta un refolo di ovvietà per increspare la superficie paludosa e offrire la suggestione che qualcosa in effetti stia succedendo; mentre nulla (o quasi) in realtà accade. Così ieri Mario Monti ha detto che “se me lo chiedono, in caso di emergenza, sono pronto a un secondo mandato” e il Palazzo ha iniziato una danza senza troppo costrutto intorno alle parole del professore.
17 AGO 20

Roma. Nello stagno della politica italiana basta un refolo di ovvietà per increspare la superficie paludosa e offrire la suggestione che qualcosa in effetti stia succedendo; mentre nulla (o quasi) in realtà accade. Così ieri Mario Monti ha detto che “se me lo chiedono, in caso di emergenza, sono pronto a un secondo mandato” e il Palazzo ha iniziato una danza senza troppo costrutto intorno alle parole del professore. Pier Ferdinando Casini, sinuoso anguillone, ha convocato una conferenza stampa per ripetere che lui vuole la grande coalizione, mentre il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha risposto praticamente a pernacchie e Silvio Berlusconi, come talvolta capita, ha detto la verità: “Se non conosciamo la legge elettorale come faccio a esprimermi sul Monti bis?”. E infatti la riforma elettorale è più che ferma (anzi è un marasma: vanno avanti tre confuse trattative parallele), mentre l’unica semi certezza è che si farà la legge anticorruzione voluta dal ministro Paola Severino. Il Pdl ha deposto gran parte della carica bellicosa e il ministro sembra incline ad accettare alcuni emendamenti di buon senso presentati dal centrodestra in Senato.
“Le tre forze che sostengono Mario Monti devono dare un’indicazione specifica sulla conferma del professore a Palazzo Chigi e su questa base presentarsi agli elettori”, ha detto il leader dell’Udc. Una proposta che ha un senso squisitamente tattico, perché irricevibile dalle parti di Pier Luigi Bersani, ovvero in quel Pd che crede di poter vincere e che, come ha detto anche il direttore dell’Unità Claudio Sardo, punta “a un governo politico che confermi il meccanismo dell’alternanza”. E difatti, dice Bersani: “Se qualcuno pensa di rendere inutile il voto si sbaglia. Se mi trovo a fare una maggioranza con Berlusconi, piuttosto mi riposo”. Insomma: governa solo chi ha vinto nelle urne, cioè noi del Pd e Casini quando ci vorrà stare. Certo, il montismo ha aperto qui e là qualche breccia nel corpo del Partito democratico (per esempio tra i veltroniani e napolitaniani Stefano Ceccanti ed Enrico Morando che hanno scritto un manifesto pro Monti), ma gli orizzonti democratici, come sa benissimo anche Casini, non contemplano l’ipotesi di un governo tecnico o di grande coalizione. Tutto il contrario. E forse lo ha capito anche Silvio Berlusconi, il Cavaliere che in pubblico tiene rispettosamente il muso al governo (“impoverirà l’Italia, ma la colpa della crisi non è certo di Monti”), e diventa molto duro con l’Europa di Angela Merkel (“solo io mi ero opposto al Fiscal compact”). Un Cavaliere sempre amletico, perché in privato ha pur sempre sperato in una grande coalizione nella quale diluire la possibile sconfitta elettorale del centrodestra; e ha pure immaginato l’impossibile candidatura di Monti alla guida dei moderati.
Berlusconi ieri è ricorso al suo più collaudato repertorio elettorale (“i contribuenti sono sottoposti a una estorsione da parte di Equitalia”) e ha confermato così, indirettamente, quello che dicono i suoi uomini (“si ricandida”, sostiene Fabrizio Cicchitto). Ma gli umori sono instabili, e nessuna decisione è mai davvero presa nelle sabbie mobili di una politica che frustra anche il vigile attivismo del Quirinale. Forse Napolitano è riuscito a dare una mossa al pacchetto anticorruzione ricorrendo, con l’aiuto di Monti, alla minaccia di un decreto; ma a Napolitano non riesce di costringere gli attori sulla scena a recitare il suo copione per quanto riguarda la riforma elettorale. Il porcellum è più vivo che mai.